Slam poetry: esploratore della sensibilità.
Lo slam poetry nasce in America negli anni 80, quando il rap e la poesia ormai avulsa dal contesto accademico finiscono per contagiarsi. La poesia, già con la beat generation degli anni 40-50, rifiutava il conformismo e sperimentò nei contesti popolari il jazz, trovando un posto di conforto sul flow musicale. Il rap, scopertosi un enorme successo, si differenziò da quello più autocelebrativo, che non fu più l’unica soluzione al mezzo espressivo.

Le strade della poesia e dell’hip hop si fusero. Così il poeta si propose performer, il rapper un poeta, musicali e d’esondante espressività: gli si riconobbe di essere “mc” a tutti gli effetti. L’mc è dedito alla causa, il linguaggio è portavoce e lo scopre sperimentando: lo pratica, strutture linguistiche e flussi determinanti generano cariche emotive particolari – per altro
apprendibili e praticabili. Niente che il rap avesse già, ma s’arricchì di cultura; sbocciarono nuove idee, nuove destinazioni creative – e mai mancando all’istintinto comunicativo e produttivo, anzitutto e sovratutto.


Un pensiero cominciava così a profilarsi all’orizzonte: l’istruzione, l’affilatura della proprie capacità e la crescente padronanza del mezzo, avrebbero permesso agli artisti di incontrare le istituzioni, sensibilizzare il pubblico, spargere il messaggio e produrre soluzioni.
Maggiore varietà per maggiori possibilità. Necessitato quanto necessario. Un nuovo strumento sociale – e pure paradossalmente; poiché dannatamente intimo, terribilmente intrattenente. Tra i rapper che annovero in questa prima fase ibrida ed estremamente
delicata, c’è “Tupac”.


Negli anni a venire il rap “poeticizzato” (perché in molti casi ha senso parlare di “uso poetico in un’opera rap” piuttosto che “una poesia rap”), ha prodotto un incredibile varietà di forme e identità artistiche, sofisticate in quanto sempre più consce del loro operato.
Quanto queste due parti fluide siano in proporzione, per ogni artista, è difficile da definire. Forse è possibile immaginare che le controparti siano solo una riduzione poco convincente, peraltro pervase ognuna di diverse sfumature interiori ed esteriori; addirittura impraticabile in quanto non considera l’irriducibilità dell’artista a un’analisi d’omogeneità stilistica.
Per questo è preferibile parlare del singolo artista di per sè. In Italia ne abbiamo molteplici casi: dalle vivide narrazioni e una poetica gergale del più recente Tony Zeno (brano:“Porte strette”)

a
produzioni indie e uno storytelling dal lucore velato come quello di
Carlo Corallo (brano:“Barocco”).

Le ambiguità allegoriche ed i testi copalescenti – rivelatori brillano di amarezze: Rancore (Con l’intro dell’album “Seguime”. Lo slam poetry non manca poi di avere forme più originarie, trasformandosi in monologhi teatrali a sfondo linguistico-musicale. E’ il caso di Davide Passoni e Francesca Gironi.
Ma quello che accomuna gli artisti citati, è la capacità linguistica di produrre emozioni e sensazioni molto personali per ciascuno. Li avvicina allo slam poetry l’inquietudine, il disagio profondo per le cose sbagliate; la rimostranza verso le ipocrisie, la tormentosa voglia di produrre cambiamento. Conferire al messaggio una forma esauriente è “essenziale”, l’arma “mediatica” a disposizione per fronteggiare le infinitesimali via via più minuscole ingiustizie. In
sintesi invocare con tutto se stessi il problema per smascherarlo.
Col rap e la parola. Ingarbugliare la matassa e poi risolverne il garbuglio. E la poesia per questo è imprescindibile: con le sua retorica dai ricami talvolta tradizionali e un ritorno alla parola madre, riesuma i significati d’altrimenti insondabile profondità.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *